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Il solare termodinamico e la battaglia in Sardegna non ancora conclusa.

Pubblicato su da ASSOCIAZIONE INTERCOMUNALE LUCANIA

La battaglia contro le centrali termodinamiche continua nella Regione Sardegna dove i progetti non hanno ancora raggiunto la parola FINE. 

In allegato la puntata "L'aria che tira" del 31 marzo scorso che al minuto 36.20 parla della vicenda. 

Il Comitato sardo "NO MEGACENTRALE" scrive:

Nella trasmissione dell'emittente La7: “l'Aria che Tira” condotta da Myrta Merlino, andata in onda venerdì 31 marzo 2017, si è parlato anche della manifestazione “No alle Megacentrali” del 25, contro l'installazione su suoli agricoli e naturali della Sardegna di vari impianti per centrali solari termodinamiche (CSP) per oltre 870 ettari.
Come spesso accade, nella presentazione giornalistica sono stati messi in evidenza alcuni motivi eclatanti dell'opposizione ai progetti, facilmente comprensibili alla gran parte delle persone, e la conduttrice ha anche citato la “sindrome NIMBY” (Not In My Back-Yard = Fatelo, ma non nel mio giardino), quasi come se volesse attribuire ai manifestanti tale presa di posizione ipocrita: allarghiamo il campo, passiamo alla sindrome “Not In My Planet”(NIMP): perché affliggere il nostro pianeta con altre scelte sbagliate quando possiamo fare di meglio?
In particolare nella trasmissione sono state messe in evidenza le problematiche relative al possibile esproprio dei terreni, e il legame della popolazione locale con i lavori agricoli; questi sono certamente motivi importanti, ma non gli unici e, paradossalmente, non i più importanti: infatti il profilo della salvaguardia ambientale è il motivo principale che spinge, o dovrebbe spingere, ad opporsi al progetto del CSP su suoli agricoli, che è altamente impattante nonostante l'energia che produce venga definita “verde”: nel solo caso dell'impianto denominato “Gonnosfanadiga”, coinvolgente i comuni di Gonnosfanadiga, Guspini e Villacidro, gli ettari che passerebbero da suoli agricoli a industriali sono 227, o 2.27 kmq, che verrebbero sbancati per la creazione dei terrazzamenti, spazi pianeggianti sui quali installare gli specchi della centrale, per le fondazioni profonde a plinto, per i sottoservizi, per la centrale termoelettrica, per i serbatoi alti 20 m, ecc. In pratica la creazione ex-novo di una piccola cittadina, grande come quella adiacente, Guspini, un paese di circa 12.000 abitanti.
Si noti che il Ministero dell'Ambiente ha dato parere favorevole attraverso una Commissione Tecnica, ma senza richiedere il parere del suo ente di ricerca per la protezione ambientale, l'ISPRA, che nei suoi rapporti si pronuncia sempre contro il consumo di suolo.
Sul termine “suolo” sarà opportuno spendere ancora due parole nonostante se ne parli spesso, perché “repetita iuvant”: benché sia ancora poco noto oltre che come “posto su cui poggiamo i piedi”, esso è un'importantissima matrice ambientale, che non sappiamo riprodurre ma solo spostare o, peggio, distruggere; ed effettivamente ne abbiamo distrutto tanto e ancora lo facciamo a ritmo altissimo, mentre si valuta che l'ambiente produca, attraverso microorganismi, piante e processi abiotici, spessori di suolo dell'ordine di pochi centimetri in centinaia d'anni: cioè, quando l'abbiamo distrutto, per esempio installando 227 ettari fra specchi e impianto, quel suolo è definitivamente perso per qualche generazione.
Non dilunghiamoci oltre nella disamina di altri impatti ambientali, derivanti per esempio dallo stravolgimento dell'assetto geomorfologico e idrogeologico del sito, nonché dai consumi d'acqua, o dal fatto che il CSP sfrutta la luce solare in modo molto meno efficiente del fotovoltaico, quindi anche i giorni di copertura nuvolosa, che il fotovoltaico può sfruttare, per il CSP sono giorni di fermo: al secondo giorno di fermo le 18.500 tonnellate di sali fusi che circolano nell'impianto devono essere mantenute calde e liquide con metodi tradizionali, previsto in progetto un impianto a gasolio; altri impatti possono derivare dalle perdite, dall'alterazione del microclima, ecc.
Un altro tipo di impatto, come rilevato nella trasmissione, è quello dello scasso del funzionamento socio-economico delle comunità; ma per parlarne prenderemo spunto da un altro impatto ancora, collegato a quello: i comuni spendono centinaia di migliaia di euro per la programmazione territoriale, della quale parte fondamentale è il Piano Urbanistico Comunale, programmazione fatta tenendo conto delle aspettative e peculiarità economiche e produttive del territorio: quanto può essere avvilente per un'amministrazione scoprire che tutto il lavoro fatto può venire messo in ballo da un solo privato e da una firma ministeriale, che con un tratto autorizza un'altra zona industriale, più grande di tutto il paese stesso, grande più di 10 volte quella già prevista, e che a questa si aggiunge? Si farà l'obiezione che almeno, a questa vera e propria città industriale, corrisponderà un forte impulso allo sviluppo e all'occupazione, come quello di Ottana a suo tempo (senza addentrarci nel saldo finale di benefici e danni!), con migliaia di occupati specializzati: in realtà, una cinquantina i posti previsti, per la maggior parte addetti alla pulizia degli specchi.
Non investighiamo oltre gli impatti, e domandiamoci perché si propone un impianto simile in una zona agricola invece che in una zona già industriale: pura speculazione; purtroppo le storture dell'economia in generale e del nostro paese in particolare fanno sì che le terre agricole costino molto meno (solo in soldi però, non in danni futuri!) delle zone già industrializzate, o delle zone da sottoporre a bonifica.
Valutiamo infine in breve un'ultima questione: il sacrificio delle terre e di tutto quanto sopra è necessario per ottenere un 'energia alternativa ai combustibili fossili: la risposta è no: se lo fosse, gli scriventi non avrebbero iniziato questa lotta, o almeno non con la stessa fermezza e motivazione: è già stato studiato, dove le rinnovabili si sono sviluppate industrialmente prima, che è possibile soddisfare i nostri bisogni energetici usando le superfici già urbanizzate o comunque già compromesse. Queste modalità non sono impossibili, ma solo meno semplici e immediate, però più intelligenti e giuste, e infinitamente più sostenibili in prospettiva futura.

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