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Condividiamo la riflessione di Elisabetta Pau, del comitato "Sa nuxedda free" di Vallermosa

Pubblicato su da ASSOCIAZIONE INTERCOMUNALE LUCANIA

Condividiamo la riflessione di Elisabetta Pau, del comitato "Sa nuxedda free" di Vallermosa

Condividiamo la lucida e profonda riflessione di chi AMA la propria TERRA e non riesce ad accettare che ci sia gente, lontana e vicina, all'interno ed all'esterno delle istituzioni statali, regionali e comunali, MESCHINAMENTE disposta a svenderla senza comprendere i DANNI che una società d'affari vorrebbe arrecare all'Ambiente, al Paesaggio, all'Agricoltura, all'Identità di un luogo, in nome di una tecnologia chiamata "solare termodinamico" che d'innovativo non ha nulla poiché ripresenta un sistema oramai datato per fare soldi: sfruttare conoscenze, ricorrere a contatti politici, sfruttare leggi concepite in modo caprino, eludere leggi concepite in modo più scrupoloso, speculare su un territorio, ammaliare con il tintinnio delle monete alcuni proprietari e alcuni pseudo affaristi locali, ingannare la comunità locale per uno spudorato, viscido e putrido profitto personale calpestando e stuprando ciò che appartiene a tutti: la bellezza della nostra TERRA!

Coordinamento Comitati Sardi

Faccio parte del comitato “Sa nuxedda free”, nato per opposizione a una centrale solare termodinamica di 135 ha in terreno agricolo di Vallermosa. Il progetto della centrale adesso è fermo perché la ditta proponente non ha voluto sottoporlo alla V.I.A e rimbalza tra un ricorso al Tar (ricorso giudicato recentemente inammissibile) e ora pare al Consiglio di Stato… Staremo a vedere, nel frattempo noi non abbiamo mai finito di riunirci, di informarci, di capire.

Io vivo per scelta nelle campagne di Vallermosa quasi di fronte a “sa nuxedda”, la zona dove era previsto l'impianto, con mio marito coltivo e curo il terreno intorno alla mia casa. La mattina prendo il treno per arrivare a lavoro e spesso intorno alle 8 e mezzo mi capita di incontrarlo... Lui è elegante, profumato, ieri aveva degli occhiali a specchio, i pantaloni dell’abito grigio con la piega perfetta, belle scarpe lucide con la punta squadrata e la suola in cuoio, la camicia bianca perfettamente stirata, cammina con passo sicuro... In una mano tiene la borsa, nell’altra quasi sempre il telefono all’orecchio. Tipico di un uomo d'affari. Lui è un imprenditore, è Alberto Scanu, che presiede la società Sardinia Green Island ed è il proponente del progetto che noi combattiamo.
Camminiamo nel verso opposto venendoci incontro, a volte per un attimo da soli, io e lui, sembra di vivere una scena da film western, immagino di fare con lui un duello, senza armi, solo a parole, e questo duello sono sicura di vincerlo io. Perché ho tante motivazioni per il mio “no” al progetto e la più forte di tutte è che la terra agricola deve rimanere tale perché serve a produrre cibo.
Lui non sa che io faccio parte del comitato che ha decifrato, almeno ai nostri occhi e di chi ci segue, il moderno progetto capace di portare sviluppo, così dice, lui non sa che io ho ben capito che lui è un imprenditore e che il suo scopo è guadagnare quattrini, niente altro.
Mi chiedo, quando ci sfioriamo passandoci accanto, quanto lui creda a questo sviluppo per la Sardegna, visto che ci vive, se crede davvero almeno un po’ che questo porterà benessere alla comunità di Vallermosa. Veniamo da due mondi diversi, lui porta con sé la borsa, io, oltre la borsa, arrivo a Cagliari la mattina dalle campagne in cui vivo con le immagini che questa campagna mi regala e me le sento addosso.
Questo è un periodo di grandi lavori nei campi, si taglia il foraggio, si ranghina, si imballa, si trasportano le balle di fieno sui trattori, c’è un via vai continuo, un lavoro continuo, chissà cosa sa lui di tutto questo lavoro, mi chiedo, cosa sa lui di quanto sono belle le colline tosate come le pecore in questo periodo, di quanto è faticoso lavorare nei campi, di quante persone hanno investito lì, in questi luoghi, una vita in soldi e fatica. Troppo facile pensare di cancellare tutto per uno sviluppo che non ci corrisponde e una crescita per andare dove non si sa, dove noi sacrifichiamo un bene prezioso, la terra, e lo sacrifichiamo per sempre, sia chiaro, perché non si può tornare indietro “a sicut erat non torrat mai”.

Ma l’imprenditore fa il suo lavoro, per quanto trovi sbagliato il suo modo di procedere: promesse, poca chiarezza sul progetto, totale ambiguità sui posti di lavoro, cose di cui non ci sarebbe necessità se il progetto fosse valido come dice. Dice anche che valorizzerebbe la zona di “sa nuxedda”, che confina con un insediamento nuragico: e come, mi chiedo io, devastando prima la zona con la deviazione dei corsi d’acqua, fondazioni in cemento, livellamento dei terreni che non sono piani, per poi regalarci una torre alta 200 metri trasformando la zona in zona industriale?

Ma il mio sdegno non va tanto a lui, il mio sdegno va a chi ci governa ai vari livelli, comuni e regione, per la mancanza d’informazioni alla cittadinanza, perché abbiamo dovuto organizzare noi comitati le assemblee informative, per la superficialità con cui hanno accolto questi progetti fortemente impattanti, come se si trattasse di cosucce da niente, senza capirli forse nemmeno loro, mi arrabbio per la mancanza di coraggio che hanno dimostrato a rifiutarli, a dire no, noi per il nostro territorio abbiamo altri progetti, altre idee che ben si sposano con la storia e con quello che su questi territori c’è, sia agricoltura sia pastorizia. Eppure non sono soli, ci sono i comitati dalla loro parte... I comitati, la voce libera dei territori, che si oppongono a questo sbagliato utilizzo delle terre agricole, che si oppongono a un ulteriore consumo di suolo troppo spesso inutile, sbagliato, dannoso, e gli esempi li abbiamo, basta vedere cosa è successo a Cossoine, a Narbolia, a Villasor, solo per citarne alcuni.
Ma il mio rimprovero più grande va alla popolazione, ai cittadini di questi luoghi, abbagliati dal luccichio promesso, che non vogliono capire quanto sia importante questo momento in Sardegna, quanto sia importante impegnarsi per difendere il territorio, non vogliono capire nonostante vivano in quest'isola che ha già i segni evidenti di ferite ancora sanguinanti: parlo di siti minerari, militari, industriali o folli lottizzazioni immobiliari. Quanto terreno ancora la gente di Sardegna dovrebbe sacrificare? Perché non capiamo che è ora di dire basta, perché non vogliamo percorrere il futuro con la dignità di aver rifiutato l’ennesima servitù, l’ennesima speculazione, in questo caso energetica? L’ennesimo progetto calato dall'alto? Eppure per noi sardi è un deja vù: dovremmo averlo imparato, perché l'abbiamo già vissuto, anche se adesso è tinto di verde, green economy la chiamano, energie rinnovabili giustissime ma non in questi luoghi e a queste condizioni. È tempo che rivolgiamo lo sguardo altrove, non in alto aspettando che arrivi la manna dal cielo ma in basso alle nostre terre, non con arrendevolezza, ma con coscienza e stima.

Come dicono saggiamente gli africani a proposito del land grabbing: “Se l'uomo bianco per avere le nostre terre ci propone tanti soldi vuol dire che esse valgono molto di più”.
Ecco, forse non abbiamo capito il valore della terra... La terra è un bene prezioso, che dobbiamo imparare a difendere, perché la sua salute è fragile, la sua capacità di rigenerarsi è lentissima: per produrre uno strato di suolo fertile alto 2,5 cm servono 500 anni, eppure ogni anno ne consumiamo più di quanto ne produciamo. Un ettaro di suolo contiene 15 tonnellate di organismi viventi: 1,5 chili per metro quadro. È un dato che non andrebbe sottovalutato, perché nel suo insieme il suolo conserva una quantità di carbonio molto superiore rispetto all’atmosfera e indebolire la sua vitalità significa minacciare la stabilità climatica.
Dobbiamo porci il problema dell'utilizzo dei suoli, dobbiamo combattere insieme per salvare ciò che è rimasto, la terra, il paesaggio, la nostra ricchezza, la fortuna che abbiamo, una terra bellissima, preziosa, con la sua varietà di paesaggi che raccontano la nostra storia, che sono la nostra storia e che saranno il nostro futuro, se sapremo gestirlo con consapevolezza e intelligenza.
Questo dobbiamo chiedere e pretendere dai nostri politici, altrimenti siamo anche noi complici del disastro che si compirà. E quando parlo del paesaggio, lo faccio dando un senso ampio al termine, il paesaggio vero, non quello da cartolina, e mi aiuta a definirlo un pensiero dello scrittore ormai scomparso Giovanni Arpino:

“Condizionato dall’uomo, il paesaggio è l’unica cornice che ci rimane di ciò che fummo e siamo. Il paesaggio è la nostra memoria palpabile, non un fondale, non un copione già recitato, non una quinta di teatro.
Pacifico e demoniaco, tormentato e sonnacchioso, figlio di grandi vuoti, di rocce immense, di colori mai fermi, di fuochi e di ghiacci, sotto cieli che si dilatano e lo mutano continuamente, il paesaggio [...] ha la sacralità che solo un barbaro, un imbecille non notano. Si disvela e nasconde mille volte, offre pecore e ville, corvi e torri, lapidi e vulcani, erbe e polvere, solitudine e grumi di vitalità eccessiva, mercati e portici, sa di zolfo e di menta, ha la forma affaticata d’una mano contadina e il profilo d’un sapiente antico.
È questo paesaggio [...] ad incantare. Ancora ed ancora. Malgrado tutto. A dispetto di tutti”.

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